INTRODUZIONE

“La dottrina di un pensatore è ciò che,
nel suo dire, resta Non-detto.”
(M.Heidegger)
"I poeti dicono la verità quando affermano che,
iniziando a scrivere una poesia,
non sanno cosa finiranno per dire.
Scriviamo per dire il non-detto, e per conoscerlo".
(O.Paz)

Questo testo si presenta in forma di tesi di laurea, ma è in virtù di un’assenza, di un che di informe, che esso si scrive: ça parle, qualcuno lo parla, uno sconosciuto ne dispone.
Abbiamo detto assenza, ma non è la vicenda di una mancanza; piuttosto, qui, l’insistenza di un desiderio lavora il testo, agisce per sottrazione, lo restituisce alle sue miserie, polvere che siamo e ritorniamo, scampati al dominio della sintesi.
Paul Celan è il poeta di cui ci occupiamo, lo pseudonimo dell’opera da cui questo testo è occupato.
E’ da qui che cominciamo, ed è dell’inizio, che si tratta - dell’intrattabile, di ciò che al pensiero sfugge perché ne è margine, ciò che lo inquieta e da cui continuamente si separa, a volte con una sorta di lamentosa nostalgia.
Chiameremo questo inizio in-fantia: essa si impone e perdura, nonostante tutto, come una resistenza irriducibile. La filosofia, quest’amore senza possesso, ne sa il pathos, ne risente come uno stillicidio, il martellante rumore di fondo, residuo di un antico vagito.
Segreta è la violenza sull’infanzia. La crudeltà di un marchingegno di sopraffazione continuamente, e sempre più occultamente, predispone i bambini di oggi e di sempre, maltrattandoli, all’ubbidienza che un domani dovranno al meccanismo di potere che li produce e riproduce.
Quando la poesia di Celan è interpretata, come comunemente accade, attraverso la lente aberrante di Auschwitz, sono in pochi a far presente come l’olocausto, i lager, lo sterminio cui il poeta miracolosamente scampò, furono per quella generazione, e per Celan stesso, la realizzazione in grande stile di qualcosa che già molti di loro avevano ben conosciuto, nei primi anni della loro vita.
Leggere la biografia dei primi anni di vita di Celan, un po’ come leggere la Lettera al padre di Kafka - o alcuni scritti di Hitler, che ci premerà ricordare - ci consente di scoprire come le vittime dello sterminio condividessero con i carnefici un segreto terribile, l’indicibile crudeltà che ne aveva stroncato, in tempi remoti, l’innocenza.
Non sarà filologia, la nostra, che consenta di decodificare finalmente quel segreto, scoperchiarne la cripta, decifrarne la combinazione.
Ciò che intendiamo sostenere, piuttosto, è che la poesia di Celan non riesce a farne a meno, ne è dominata, ne è la paticità da cui il pensiero si scansa, un po’ come fece Heidegger, aggirando nel silenzio le domande di Celan, in quel di Todtnauberg.
Essa, l’in-fantia che perdura nel testo di Celan, l’in-fantia di cui il testo è perpetua e insufficiente rimozione, custodisce nel suo mistero quell’eccedenza d’essere, che richiamandoci al senso originario di questa parola, battezzeremo ethos: l’aperto soggiorno che abita l’uomo e ne è l’abitudine. In quanto in esso si attua l’innocenza del divenire, la libertà in cui ogni parola “nomina e ???????]??????????instaura” , questo aperto soggiorno che è l’ethos, ha da essere, pare, continuamente sopraffatto, crudelmente violato, perché ne sia impedita la generatività, la libera produttività che gli è propria.
Più che mai oggi, la violenza sull’infanzia resta occulta, un tabù che ogni giorno si conferma e rinforza anche mediante l’abbondanza di parole che in ogni sede si spendono a favore di una immagine del bambino “vittima”, oggetto fragilissimo del possesso e della vigile custodia del genitore.
Ciò che l’infanzia di Celan - la sua infanzia personale e l’in-fanzia che è all’opera nella sua poesia, l’indicibile sfondo che la dispone - ci invita a meditare, piuttosto, è che il non-adulto da cui ostinatamente prendiamo le distanze, germina e vive, o più spesso soffoca e muore, proprio in quanto esso è l’in-forme, l’immaginario in quanto l’Altrove, e il divenire, di ogni immagine - l’ethos, in quanto habitus capace di rendere abituale qualsiasi dimora.
Il vero Sé è l’Informe(…)Poiché questo Sé è informe, esso non è legato a nessuna forma, ma può assumere tutte le forme” , insegna un monaco Zen; e nella povertà del nostro tentativo di estrarre un sapere dalle poesie di Celan, da quello che fin d’ora definiamo il suo ‘immaginario cartografico’ e l’apolidia del suo ethos, è a questa lezione che giungiamo, sia pure seguendo le incerte e cifrate indicazioni di un messaggio in bottiglia.
Riepilogando, quindi, il nostro lavoro di riflessione si proporrà di:
a)Rilevare come la peculiare indecifrabilità dell’opera di Celan dia corpo, e vita, a un fondo biografico resistente e inaccessibile, che l’interpretazione non può tralasciare proprio in quanto ne è costantemente respinta.
b)Descrivere il nesso profondo che lega alcuni inquietanti episodi dell’infanzia del poeta con la ferita nel linguaggio che Celan mette in opera in alcuni testi, per tentare di indicare, attraverso “parole di soglia”, quanto di non-detto giace al fondo dei suoi versi.
c)De-limitare l’ambito della poesia, in particolare della poesia di Celan, rispetto al pensiero, individuando e descrivendo quell’incrinatura nell’'ego cogito’ che lo può mettere in condizione di pensare, pur nell’economia che gli è propria, quell’in-fanzia inaccessibile al pensiero, in cui il poema, più dispendiosamente, si arrischia.
d)Evidenziare la peculiarità dell’esperienza poetica di Celan come concretizzazione di una generosità etica, che a un pensatore come Heidegger, pur così influente su Celan, rimase del tutto preclusa; generosità etica che si evidenzia nella concezione, diffusa nell’opera di Celan, per cui la poesia non può darsi al di fuori del “mistero dell’incontro” con l’Altro, incontro di impossibile collocazione esegetica, come la condizione apolide (biografica e poetologica) di Celan, consentì e rese necessario.
E’ dell’infanzia come l’eccedenza po-etica del pensiero, dunque, che tratteremo, e proprio per questo ci sia consentito di non dirne oltre, in quanto è di ciò che non ha parola, che qui si tenta, con insistenza, di scrivere.
In quanto ne siamo lontani, è di quella perdita, che siamo in sofferenza, in miseria. Ed è stato proprio qui, nei varchi che faticosamente abbiamo tentato di riaprire, fra le maglie di questa Sprachgitter, che a tratti ci è sembrato, con pudica meraviglia, di vederla, nuovamente, riaffiorare.