In questa pagina
sono disponibili alcuni estratti -non formattati- dalla mia
tesi, brani lunghi non più di poche righe, di comoda
consultazione. Per chi volesse farsi una idea del mio lavoro
senza leggere 200 pagine di tesi...
[La lingua come ethos]
Non siamo qui per tracciare una biografia del poeta, riduttiva
collezione di fatti di vita, sulla base dei quali illuderci
di detenere chiavi e chiavistelli, con cui furtivamente scassinare
il suo scrittoio, il suo domicilio poetico; a questa operazione
meramente biografica, che rischia di rendere definitivamente
inaudibile l’inaudito che l’opera di C. custodisce,
opponiamo invece la scrittura di vita, la viva e feconda grafia
che informa tutta l’opera di C. Scrittura di vita che
è r-esistenza in forma di versi, resistenza a un silenzio
che avrebbe troppo prematuramente stroncato quel non-detto,
quel surplus di segreto, che la sua infanzia custodì
e volle portare in salvo - vi riuscì?- oltre tutto
quello che il poeta di Czernowitz ebbe a vivere. Resistenza,
che afferma e reclama una disposizione etica diversa, un ethos
più ospitale di quello che soggiogò e prescrisse
la carne ancora innocente del bambino P.C.
Ebbe a dire una volta Celan, in una lettera:
“La lingua, specialmente nella poesia, è
ethos – ethos come fatale progetto di verità”
.
[Il balbettio come lingua]
L’in-fanzia, il resto di un discorso. “Avanzi
di cose udite, viste”, scriveva Celan. E altrove “Un
residuo cantabile” . Cantabile solo in virtù
di un “lallen und lallen” , di una voce tremula
che si riduce a balbettare, pur di parlare ancora.
Troppe volte nel nostro lavoro di ricerca ci siamo imbattuti
in una interpretazione di questo “lallen”, che
incredibilmente lo attribuisce a Celan come formidabile intuizione
filosofica di un linguaggio adeguato allo spirito dei tempi,
che C. stesso, poi, nella sua opera avrebbe inteso eseguire,
mettere in atto. Si tratterebbe cioè dell’unico
linguaggio che un poeta, e quindi C., potesse portare in serbo,
al di là di Auschwitz, al di là della celebre
prescrizione di Adorno sull’impossibilità per
la poesia di sopravvivere all’Olocausto.
Tenteremo di sostenere, piuttosto, come quel lallen, quel
balbettio, altri tremori evochi e voglia dire, altre paure
e più primitivi terrori, che non quelli di Auschwitz,
pure così spaventosi; ma ancor più, tenteremo
di ascoltare e ripetere il dolore di un silenzio, di una afasia,
di cui C. stesso fu vittima, e di cui la filosofia si dovrebbe
far carico, di fronte a una poesia che cerca, nonostante tutto,
di parlare.
[L'etica fra Heidegger e Celan]
Si tratta qui di un altro ordine di problemi: può permettersi
la filosofia, e con quali perdite, di trascurare, di non avventarsi
contro quel limite del linguaggio, contro quel margine che
radicalmente dà’ da pensare, che l’infanzia
rappresenta? Intendiamo qui con infanzia: innanzitutto l’infanzia
come età della vita, personale; e poi, con una certa
differenza tutta da misurare, l’in-fanzia come s-fondo
residuale e sempre fertile, ri-creativo, del linguaggio stesso,
ciò che non sappiamo dire e che dunque ci costringe
a scrivere.
Non pensiamo sia compito del pensiero, e nemmeno che gli possa
giovare, condannare sommariamente Heidegger per questa sua
presunta inettitudine etica, oppure, che poi è lo stesso,
per la compromissione col nazismo e per il suo conseguente
silenzio sulle ragioni che lo resero complice, sia pure a
certe condizioni, della barbarie del Terzo Reich. Condividiamo
pienamente la posizione di Derrida, in merito a questo punto:
“Io intendo questo terribile, forse imperdonabile
silenzio di Heidegger come un’eredità.(…)
Ci lascia l’obbligo di pensare ciò che egli stesso
non ha pensato.”
Siamo di fronte a un silenzio che ci obbliga a pensare, a
un silenzio di fronte al quale il pensiero sperimenta il margine
della propria responsabilità: come rendere ragione
del nazismo, di Auschwitz, senza rendergli ragione? Giacché
Auschwitz, nel suo orrore, ha messo di fronte l’uomo,
e dunque anche il pensatore, il poeta, a qualcosa di cui non
si può non dire, di fronte al quale non si può
rimanere in silenzio senza esserne immediatamente complici;
ma allo stesso tempo, qualcosa di fronte al quale le parole
non bastano. Scrive un’allieva di Derrida, a questo
proposito: “Come non dirlo, e tuttavia con quali parole
dirlo.”
Sembra davvero un problema infantile, in quanto ha a che fare
con quella difficoltà espressiva, con quella insufficienza
del linguaggio, che è propria della prima età
della vita: l’orrore di Auschwitz ci impone un insieme
di emozioni che ci riportano a quelle, fortissime, generose
e laceranti, che il bambino sperimenta, fino a una certa età
senza averne parola, senza poterne rendere ragione innanzitutto
a sé stesso.
Il bambino chiede all’adulto la parola che gli manca,
e nel mancare di quella parola egli sperimenta in maniera
lacerante la violenza di una emotività che nessun logos,
nessun raccoglimento, giunge a contenere.
Ci sovviene ancora quanto scrive Lyotard in conclusione del
suo saggio sul rapporto fra Heidegger e gli ebrei:
“Celan non è né l’inizio né
la fine di Heidegger, è la sua mancanza: ciò
che gli manca, ciò che egli manca e la cui mancanza
gli manca.”
Sotto un certo aspetto, quindi, è la parola adulta
di Heidegger, che manca a Celan; sotto un altro aspetto, però,
è forse ancor più radicale, fondamentale, la
mancanza di parola in cui Heidegger restò, una parola
che nessuna poesia, neanche quella di Celan - che ne era in
mancanza essa stessa - poté offrirgli.
Forse una medesima infanzia d’inesprimibile pathos abitava
il fondo delle loro menti, minando dal di dentro la stabilità
del loro pensiero come un terreno apparentemente sicuro che
a poco a poco inizia a franare.
[L'infanzia rinnegata di Heidegger]
Eppure, mentre il poeta balbettava sempre più faticosamente,
con la propria carne afflitta, con la propria lingua in frantumi,
la propria infanzia - biografica in quanto scrittura di vita,
verità di una scrittura sul corpo, come diremo- ansiosa
di trovare parola, il pensatore invece, sin da “Essere
e tempo”, come abbiamo visto, e sempre più fino
agli esiti che abbiamo mostrato, spiegava la propria in-fanzia
celandola sotto parole che la resero invisibile finanche ai
suoi occhi, tradendola così in veste di rassicurante
ritornello, arrestandosi così sul terreno del dicibile
che solo allude, ma senza troppo sbilanciarsi, a quel fuori
che resta, così, completo appannaggio, appunto, dei
poeti.
Scrive Alice Miller, a proposito di Heidegger:
“<<Pensando appassionatamente>> alla
essenza della verità>>, un bambino può
proteggersi per tutta la vita dalla tragica, intollerabile
verità della sua esistenza.”
Quell’”Es”, che “zeigt sich”,
in Heidegger restò solo come terreno cui sempre rinviare,
senza mai arrischiarvisi davvero, in una economia che si situa,
regolandola, fra la totalità del dicibile e quel resto,
che la eccede ; in Celan, invece, esso si manifestò
in tutta la sua dura necessità, come quel fuori che
logora, continuamente, il linguaggio, e che continuamente,
allo stesso tempo, lo provoca.
[Nominare Auschwitz]
Quando si nomina Auschwitz, è come un ordine, una disposizione
d’avvio, un esitante nomadismo, a scaturirne: tutta
una cartografia, ben diversa da una mappa stradale, un atlante
di sentieri interrotti, in rotta col senso, si istituisce,
attorno al centro rappresentato da quel nome.
Pluralità irredimibile di traiettorie: “sigillate
di frantumi/le traiettorie là fuori”. Il tempo
della giusta nascita, aggiunge subito Celan , è proprio
questo.
Un nome, attorno a cui vagare per rintracciarvi infine un
reticolo di significato: regione dell’ente che ancora
reclama senso, il suo redde rationem.
E tuttavia come rendere ad Auschwitz l’ethos che esso
reclama, il significato che pure gli spetta, la parola che
esso invoca, senza immediatamente ridurre Auschwitz a uno
dei tanti fatti, sia pure terribili, che la nostra memoria
può incasellare, ordinare, secondo un regime di sensatezza
che lo renda, in qualche modo, finalmente accettabile?
Ci colpisce quanto rileva una sopravvissuta allo sterminio,
sottolineando come nello stesso nome della località
si nascondessero - quasi un eccesso di senso ben occultato
dietro l’insensato dell’Olocausto - reticoli semantici
dagli imprevedibili, e inquietanti svolgimenti.
Uno per tutti: Aus-ch-witz, il venir-fuori di un “Witz”,
la liberazione di un “Witz”- di un motto di spirito.
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