lunedì 28
gennaio 2002
“In quel memorabile giovedì santo, Heidegger
si fermò pensieroso presso la porta del giardino della
sua casa per dirmi, scosso dall’emozione: <<Celan
è malato- e non esiste cura.>>”
Così Baumann nei suoi Ricordi di Celan, nella traduzione
italiana di C. Miglio, in Micromega. Sarebbe da vedere innanzitutto
il termine tedesco, per malattia e cura .
Interessante questa linea di relazione/separazione, questo
confine, fra Heidegger e Celan, così marcato dal filosofo.
Inevitabilmente marcato dal filosofo, così come il
poeta aveva datato, a sua volta, l’incontro(Todtnauberg).
La salute di Heidegger, la salute della filosofia; e la malattia
di Celan, la malattia della poesia.
Non per questo si tratta di distinguere poeti malati e filosofi
sani. La filosofia non salvò Heidegger, più
di quanto la poesia non abbia salvato Celan( vedi discorsi
in “La verità della poesia”, dove Celan
se non erro dice appunto di come la poesia gli abbia fornito
un orientamento, una possibilità di salvezza).Entrambi
salvati, dunque; ma l’uno, C., con la “malattia
che non ha cura”, come compagnia perenne; l’altro,
H., con l’amicizia della cura, che non ha malattia.
E se ritorniamo alla Cura di SZ, appare sintomatica questa
mancanza di oggetto, della Cura, della pre-occupazione di
H. per l’essere- di quell’occupazione che è
sempre prima dell’ente.
C. è inevitabilmente, post. In vista dell’essere,
oltre l’ente.
(vedi poesia tradotta da me, “Cavalcavo Dio oltre gli
uomini???…”)
Interessante anche progettare un incontro con Camilla Miglio,
se possibile, contattandola anche via email, ma solo dopo
aver trovato e letto il famigerato libro(“traduzione
di una distanza”).Soprattutto in relazione a questo
rapporto Heidegger-Celan, segnato da questa differanza della
“malattia per cui non esiste cura”( di cui non
si da’ cura. Di cui nessuna cura. Di cui non ci si cura).
giovedì 31 gennaio 2002
Interessanti questioni poste da ML sul tema della riconoscibilità
della poesia in quanto tale e della possibilità di
discriminare, e in base a che, fra ciò che può
dirsi poesia(e chi), e ciò che non è tale. In
particolare in relazione all’incomprensibilità
di alcune poesie di C.
Impossibile dare risposte definitive. La domanda “perché
i poeti?” resta al fondo, pulsante, di tutto questo.
Ogni risposta emerge come una maniera di sfuggire, di evadere
la domanda. Nell’ambiguità della locuzione “evadere
la domanda”: esaurirla, ma pure sfuggirla.
Si tratta forse di mostrare il “non” di cui (non)
parla il poeta(C.).Ossia di decostruire la tradizione possibile
e reale, che ne ha lette le poesie e/o può leggerle
in una certa particolare visione.
C. *non* ha nulla da dire. Quel non, quella negazione è
decisiva, svolgendo funzione di velatura rispetto ad un’apertura
al nulla, che sarebbe stata decisiva, tragica, distruttiva-
naufragio che poi si verifica, alla scomparsa esistenziale
di quel “Non”, quando la sua poesia viene a coincidere
con il nulla da dire, l’afasia, mostrando il proprio
s-fondo inesorabilmente.
Rimane indispensabile quel “non”. Come la necessità
di un mascheramento, che consente un dire e la produzione
di un lettore.
Verificare “Sproni” di Derrida.
giovedì 31 gennaio 2002
Ancora, con ML ci si è intrattenuti sul tema malattia/poesia//filosofia/salute.
Per es. si accennava a come la psicologia di Binswanger fallisca
di fronte a una idea della salute come produzione di oggetti
condivisibili socialmente( per es., per Heidegger la capacità
di scrivere di filosofia), ovvero come adattamento sociale.
Questa può bene essere una via di salvezza; ma non
può dirsi l’impiegato, semplicemente, sano, e
viceversa. In fondo sono tutte vie di salvezza(possibili,
aperte); ma la possibilità di percorrerle, la possibilità
semplicemente di percorrere (e di vedere il tragitto, o di
generarlo), dipende da un blocco, che è ciò
che deve essere rimosso- e che la psicologia più spesso
impone, piuttosto che facilitarne la rimozione, con surcodificazioni
paralizzanti, norme e regole che incatenano la malattia al
suo stadio più sterile.
Importanza delle riflessioni di Deleuze e Guattari in Rizoma.
…L’altro del pensiero.
Del “non”, ovvero della questione se all’umano
appartenga, in qualche modo, la possibilità del silenzio,
la materiale astensione da quella complicità con il
male che è il colloquio, che noi stessi siamo.
“Wir sind ein gespraech”(Rilke o Hoelderlin?)
“Il dialogo è male” (Kafka)
Parlare è rinviare, istituire duplicità di significato
e significante, assoggettarsi al potere dell’interpretazione,
argomentare e così articolare coscienza e distanza;
in altre parole, rinnegare la continuità fisiologica,
inconscia, in cui soggiacerebbe, altrimenti, una più
infantile, nascitura, umanità.
“…Un possente dolore:
i nascituri nipoti.” (Trakl)
Non fu a caso che Heidegger tacque. Di fronte ad Auschwitz,
di fronte allo scatenarsi ineluttabile dell’inconscio,
dell’altro del pensiero.
Non aveva altro da dire, non aveva l’altro, da dire.
Non si azzardò a spingersi così lontano da perdersi,
da rischiare di smarrirsi nella semplicità magmatica
del non-essere…
“Nessuna cosa sia dove la parola manca.”(George)
E dunque Auschwitz non fu. La scandalosa scoperta di Heidegger,
lo scandalo che giunse alle orecchie di Celan…Auschwitz,
l’inconscio, l’impensabile, Heidegger, colui che
diceva dell’essere….non seppe dirlo.
Argumentum et silentio
Non di altro si tratta, quando si vuol trattare di Celan.
Letteralmente. Laddove bisogna ricordare, ad uso dei buon
gustai dell’interpretazione, che letteralizzare è
poco lontano da Auschwitz.
Nella lettera l’ordine. Aperta la missiva, il sottoposto
esegue.
L’Autore, che noi diremo anche il Testo, ci invia codesta
lettera. Noi oseremo ribellarci.
In nome del silentio, contro l’argumentum.
Noi non eseguiremo il Testo, noi daremo corpo a quel nascituro
non-detto, che pure nella poesia di Celan, attraverso molti
travagli, cercò la via della vita.
Attraversando Auschwitz in vista dell’uscita, senza
territorio e senza mappa.
“…essa in estremo testimonia…
…della notte.”
Diremo, e proveremo a dirlo con l’unico scudo di quel
“non”, diremo dell’altro del pensiero.
L’altro del pensiero, perché non perdura pensiero
senza un altro a cui opporre la resistenza, l’attrito,
di un abitare umano logico e strutturato.
Ovvero di come Auschwitz, luogo e tempo dell’ordine
e della lettera più precisa e puntuale, (non) fu terreno
del pensiero.
E l’altro, del pensiero, perché non appartiene
al pensiero quell’altro, perché qualcosa infine
sfugge e resiste. Ed è frizione adamantina contro cui
si usura ogni alfabeto e matematica, è notte, in cui
ogni cosa è o appare, ugualmente, nera.
E non c’è alternativa.
Ci getteremo in direzione di Celan, l’altro del pensiero,
(non) seguendo questo progetto.
"Ferite più fonde che a me
Inflisse a te il tacere,
stelle più grandi
ti tramano nella tela dei loro sguardi,
più bianca cenere
si posa sulla parola, cui credesti."
Da una poesia di Celan che si intitola “L’altro”,
come fragile piattaforma, in imminenza di crollo, da cui non
ci resta altro- appunto- che tuffarci.
Il nodo del silenzio nella poesia
di Celan.
Il mio interesse verte intorno alla tendenza, che Celan evidenzia
ad es. nel discorso sul Meridiano, che registra la poesia
di oggi, al silenzio, esposta al rischio di un mutismo definitivo.
E’ una poesia, quella di C., che per resistere a questo
rischio, deve in qualche modo anche offrirvisi fino a diventare
balbettio(lallen, “Gennaio, Tubinga”)…e
che vuole essere, la sua poesia, estrema testimonianza, irrevocabile
testimonianza di una parola che vuol splendere e vivere e
destinarsi a un altro, al di là di tutti gli stretti
passaggi e i volti di Medusa e gli automi e l’Arte,
ostacoli che via via si presentano sulla sua via.
E’ una via, questa della poesia verso il mistero dell’incontro…ma
è anche s-viamento, erranza- non dimentichiamo l’origine
ebraica, e dunque originariamente disseminata, di Celan, e
soprattutto non dimentichiamone la biografia, la continua
serie di separazioni, di azzeramenti, di spostamenti, che
C. dovette vivere nella parte centrale della sua esistenza.
E’ una via e una erranza, che si trova di fronte al
martirio che la follia della tecnica mette in piedi, nelle
tante forme in cui esso si potè presentare…quella
del lager, quella della minaccia di distruzione planetaria,
quella delle ideologie totalitarie, quella della psicologia
nelle sue degenerazioni applicative, che pure Celan dovette
affrontare…”ti rieducano questi”(Giorno
e notte la polka degli orsi), dove sentiamo riaffiorare in
Celan la traccia dolorosa di un sentimento inespresso, forse
davvero il fondo oscuro che alimenta la poesia di Celan…il
fondo di una infanzia immemore, di una pedagogia nera di cui
mai più egli potrà ritrovare le tracce se non
in un estenuante colloquio con sé stesso, essendogli
stato sottratto l’interlocutore - il padre, la madre.
Forse è qui che dobbiamo guardare: in una parola che
vuole a tutti i costi e cmq riuscire a parlarci, a dirci di
sé, a essere memore, a liberare la sua forza di anti-parola
contro ogni educazione e ri-educazione….contro ogni
potere, e in primo luogo contro ogni terzietà dominante
o sottomessa(“ridiventi lui”), in nome di un incontro
che nomina e individua l’Io e il Tu mantenendoli nella
propria libertà, entrambi.
Il mio obiettivo sarà incrociare questa lotta per una
parola che sia anti-parola, questa lotta contro il silenzio,
con le varie maniere in cui l’argumentum, anche sotto
le mentite spoglie del “silentio”, tende a sopprimere
la parola poetica, il fondo sorgivo e creativo, energico e
ancora vitale, che C. si sforzò di alimentare e riconoscere
e soprattutto far riconoscere ad Altri…fino al fatale
naufragio esistentivo del suicidio.
E in questa ricerca, incrociare anche il silenzio di Heidegger,
quello strano, deciso e oscuro silenzio sul nazismo, per misurarne
la correità e la vicinanza alla parola che C., senza
riuscirci fino in fondo- fino al proprio fondo- pure si sforzò
di dire.
Ovvero: cos’è davvero che C. riconobbe, o almeno
presentì, in Heidegger, di così vicino, pur
essendo H. responsabile doppiamente: come nazista, e come
incapace di parola, di contro al proprio stesso nazismo?Forse…un
silenzio rischioso, una feconda e dolorosa incapacità
di parola, li accomunava più di quanto entrambi fossero
disposti realmente a riconoscere?Ovvero, della “speranza
nella parola ventura di un pensatore”(Todtnauberg).
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