Sono nato a Napoli, e del mio passato non ne è più nulla.
Ho ricucito io stesso, le mie cicatrici, volta per volta, punto per punto. Ho imparato a suturare il mio cadavere, fin da quando ancora le dita null’altro sapevano tenere, che quest’ago di sutura del pensiero, che tutto ricuce, che tutto combina e perciò ogni cosa inguaia.
Dalla mia infanzia ho imparato a dimenticare. Obliarmi, è questo il mio apprendistato, da sempre; passo e ripasso con una penna che non scrive, ma copre, cancella i tratti della mia esistenza passata, da sempre, e questo stesso passare e ripassare si è sostituito, col tempo, a ogni mio passato reale, o anche solo possibile. Dimenticare, perchè ricordare è terribile, perchè ricordare è falsificare.
A tratti ancora però ricordo, cado in tentazione. E di me appaiono fantasmatiche sembianze, le gaffes soprattutto o l’enorme senso di ridicolo, il rossore che ancora mi travolge all’idea di esser-stato. Volevo essere un grande mago. Un arbitro. Un astronauta. Un pilota di rally, soprattutto, perchè il rally è quella cosa che ti fa sentire veloce, anche andando piano. Io volevo essere veloce, ma andando piano. E ho imparato a essere forte, pur essendo debole.
Ricordo i miei 40 kg, nelle mani di un compagno quindicenne, che mi teneva su per i piedi, mentre i miei occhi osservavano un mondo alla rovescia, che aveva tutti i tratti dell’inferno, e lo era. Ricordo pochi mesi dopo, i miei 60 kg, e un padre rovesciato giù per terra, il colpo da ko all’inferno, di tutta una vita, fino ad allora.
Sono nato a Napoli, ma di Napoli mi resta poco più che l’arte di arraggiarmi, appresa chissà dove, un po’ come quell’acqua cattiva che però fa essere il caffe’ di Napoli, si dice, tutta un’altra cosa - eppure uguale. Io sono sempre tutta un’altra cosa, eppure uguale.
Il resto l’ho bruciato. Un tempo, ad es., scrivevo poesie. Ma la poesia, quella che ha che fare col segreto.
Un tempo, ad es., studiavo filosofia. Studiavo il pensiero. Quello che non pensa, ma depensa.
Un tempo avevo amici, tanti parole condivise, e una tesi di laurea sottratta di nascosto, per battermi sul tempo e fottermi il futuro.
Un tempo avevo, da non credersi, una famiglia. Ne raccolgo qualche coccio ogni tanto, la maggior parte erano pazzi, qualcuno è morto, altri si è sviato, più errante.
Di quanto è stato mio, io sono tutto ciò che mi resta.