L’età che sfuggì

Racconto parzialmente autobiografico scritto per la webzine “Sacripante” , nel 2005.
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Ormai non è che desolazione e ricordo, ricordo e desolazione.

Allora però fu desolazione, non ricordo; la possibilità, piuttosto, di promettersi il futuro, come raccontava la prima brutta canzone di Venditti, la prima di tante.

Un piccolo paesino in cima a una collina, la cui esistenza, hodie, ha dell’incredibile. Come presentarsi al cospetto del mare, senza mai andarci davvero; onde da contemplare, con quella distanza che ti impedisce, pur volendolo, di divenire turista.

E’ colpa di terre così che il destino si accanisce, imprime il suo marchio, ti costringe, un bel giorno, a denunciare ogni esitazione e dimetterti, fatalmente, dalle tue lecite illusioni.

Ci fosse stato il mare, non ci sarebbe stata, ad esempio, quella biblioteca in sedicesimo di cui, ospite, servirmi, accompagnandomi nel tedio pomeridiano di una marginale e inservibile piscina.

Non ci sarebbe stato Bukowsky. Non sarebbe accaduto Deleuze. Non avrei condannato, per sempre, la mia scrittura a quella minorità, che evoco a mo’ di utopica e invisibile civitas litterarum.

Fu in un inverno di quelli – uno di quei tanti in cui ci si guadagna il capodanno a colpi di tombolate casalinghe – che ci improvvisammo un sentiero, una stradina, in quel nugolo di casette che si arrampicava su, attorno al duomo, fra un alberghetto e l’altro. Tutt’intorno riluceva il Natale; nei negozi si entrava ancora per comprare, nient’altro che il superfluo.

Noi invece di quelle sigarette, proprio non si poteva più mancare.

Fui io, per un anno di più e un volto a tutti ignoto, a commettere l’acquisto – e quel fumo si involò assieme al forte odore dei rifiuti, fra cui fummo complici effimeri e segreti, di quel danno.

Dove altrimenti? La città ha mille occhi, indifferenti, ovunque. Quel sentiero, pure, di occhi ne aveva; ma non incrociare lo sguardo che ti scruta, è l’arte del segreto.

Quanti inverni come quelli, per essere anonimi e invisibili, fra pochi occhi curiosi e dita gelate di serate battute dal vento. Ora era il fumo dell’odore di lei, a inebriarmi le nari; il primo farmaco, di stregata malia. Le mille curve che valicavamo insieme, per arrivare lì – dove nessuno ci sapeva – sparivano in fretta fra gli oblò di quella nave da crociera, che era la casa – finalmente soli allo spettacolo di un mondo divenuto vuoto, intorno.

Fu invano il possedersi. Nomade l’amarsi; il ripetersi cadenzato di quei nottambuli sfinimenti, fu il cappio, cui impiccammo ogni voglia.

In quell’estremo anniversario dell’agonia del nascere, ci immolammo alla più Sacher delle torte, e ci fu duro l’amore; e quando riaprimmo gli occhi, fu nella nebbia di Ravello, che ci sparimmo per sempre.

E in quelle ville ombrose ancora mi accade di sorprenderla, a volte – d’incubarla: vibrante come veste che danza, bianca di sole e lucida, di trepidi umori dell’estate – irraggiungibile, l’età che sfuggì.

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