La breve estate di una libreria

Questa è una storia. Si direbbe quasi vera. Si direbbe troppo vera.
Apparsa sul numero 1 della rivista Pupi di zuccaro, luglio 2009.

—————————————————–

Polvere, troppi ricordi,
è meglio esser sordi
e forse è già tardi per togliere
la polvere dagli ingranaggi,
dai volti dei saggi

(E.Ruggeri)

Settembre 2008: Bolt non è più un detersivo, il mio bimbo non è più un neonato, e anche l’ultimo lavoro chesenontiuccidetirafforza, è finito.

Fra Lambrate e Rubattino il limite a 80 trasforma le corsie in piste d’autoscontro; in difetto di velocità, la corsa delle auto si piega, e a Forlanini sono pochi i centimetri che dividono me e il mio vicino da un inferno sì coordinato e continuativo.

Aprirò una libreria, gli avevo scritto; una grande libreria, dicevo nella mail, il punto di svolta della mia vita, della città, e chissà, ancora, di cos’altro. Tutto deve cambiare, pensavo; e ambientavo la mia rivoluzione immaginaria nell’anonimato di un albergo.

Ripensandoci, mi tornano in mente i rituali pranzi natalizi – ricordi sudisti, tortellini in brodo, insalata di rinforzo – e il rito delle liti, e il mio riso impotente, “i guantoni, i guantoni”, pensieri da Uomo Tigre, e l’unico rifugio in una stanza, in cui ero libero di leggere.

I guantoni, li ho scordati. Il freddo milanese punge fatalmente la gola; ma ad altri ghiacci sono atteso, ai quali avrei preferito, di molto, il sudore dello scontro.

E’ un attimo; il locale non va, affatto, dice, e l’impettito manager rampante, amputato del sorriso mi congeda, gettando nella polvere i miei sogni.

Perchè sono proprio tanti, in Italia, a volerla aprire una libreria. Ci sono più candidati librai, che buoni lettori. E i franchising, le odiate – ma è solo una vulgata – catene di montaggio della vendita dei libri, non faticano a reperire materiale umano pronto a investire i risparmi di famiglia e i propri debiti futuri, in immense cattedrali nell’italico deserto di lettori.

Val la pena tornare, magari diverso”, scriveva Pavese; e questo giovane dio caduto da quel sogno milanese, tornato uomo nell’umidità tempestosa di gennaio, comprende che non c’è scorciatoia, per rialzarsi dalla polvere; che nella polvere bisogna tuffarsi, piuttosto.

Perché è nei pressi della polvere, su quel margine tenue che separa la novità hardcover dall’ormai tascabile déjà vu, il cambiamento dal ritorno del rimosso, che ha luogo il mestiere del libraio.

Ci rifletto oggi – è già maggio – mentre combatto la mia piccola battaglia mattutina con i piccoli granelli grigi che molestano l’ambra del parquet, l’oscura luminosità delle copertine della Meyer.

E’ un mese da quando, per un attimo solo, ho vinto la mia polvere. Con il viso rovente a 39, indossata la sicumera di chi ha l’unica opzione, tuffarsi, ho incarnato il mio sogno, per scoprirne, il giorno stesso, la genesi di un altro, in una sorta di onirica matrioška.

Perché è questo il fato del libraio: ogni giorno sottrarre alla polvere pagine, perchè altre pagine, di vita polverosa, tornino a brillare. E in questa Atemwende della pulizia, fra sabbia che va e sabbia che ci attende, ritrovare quel rifugio in cui sentirsi ancora liberi – liberi, almeno, di leggere.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>