Non credo nei blog

Intervento scritto nel maggio 2004 a margine del convegno “Culture digitali”, poi pubblicato on-line, col titolo “Non credo nei blog”, sul blog collegato(ora non più on-line).

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I blog: un evento di scrittura, e di comunità. C’è una circolarità, una sorta di coazione a ripetere, nel periodico riproporsi di questi due elementi-chiave della comunicazione telematica: penso ad es. al fenomeno delle BBS, dei newsgroups, delle chat. Negli anni ’90, sono stati questi i fenomeni chiave che hanno mobilitato l’attenzione dei media su internet come rete di relazioni umane, prescindendo dal miraggio dell’e-commerce.

Ora i riflettori mediatici sono puntati sui blog: qualcuno già si appresta a sostenere, fra un convegno e un articolo, che il mondo dei blog starebbe(e sarebbe ora) “modificando il sistema dei media a partire dai rapporti tra cittadino ed informazione”.

Ebbene: io non credo affatto che i blog abbiano questa potenzialità. I blog sono, in primo luogo, un fenomeno tutto interno alle dinamiche pre-esistenti del sistema mediatico. Esso impone il suo controllo, e il suo sigillo di qualità, fra l’altro, con la mera distribuzione della visibilità: anche nella “blogosfera” questa distribuzione si manifesta differenziando nettamente fra le cosiddette “blogstars”, onnipresenti in articoli, riviste, convegni etc., e il pubblico dei bloggers, autori sì di blog a loro volta, ma privi di visibilità e per ciò stessi condannati al ruolo di spettatori. E il passaggio dalla plebe dei bloggers al patriziato delle blogstars è, in genere, impossibile.

In secondo luogo, non credo nei blog perché sono uno strumento elitario. Non bisogna lasciarsi ingannare dalla novità tecnica rappresentata dai blog; la possibilità di effettuare una syndication dei contenuti, la facilità di gestione dello spazio web anche per i relativamente analfabeti informatici, la (relativa)rivoluzionarietà del design dei blog, l’importanza dell’elemento cronologico nella disposizione dei contributi…Sono tante le novità immesse dai blog nel mondo della comunicazione.

E tuttavia: ciò che i blog non innovano, e non possono innovare, consiste nel fatto che l’analfabetismo informatico, e l’analfabetismo sic et simpliciter, è ancora terribilmente diffuso, in particolare se restringiamo la nostra analisi all’Italia. Sono veramente pochi a possedere gli strumenti per poter usufruire, anche semplicemente come spettatori(“la plebe dei bloggers”), dei blog. Si calcola che al momento la blogosfera sia composta da una quantità non superiore ai 50-100.000 bloggers; scrivono, e si leggono fra di loro, lasciano commenti sui blog degli altri, nella maggior parte dei casi per pubblicizzare il proprio.

Si tratta, ahimè, anche a voler essere ottimisti, dello 0,2% del corpo elettorale italiano. E basta questo dato per evidenziare la pochezza del fenomeno, e la sua sostanziale irrilevanza nella formazione e modificazione dei rapporti fra cittadini, istituzioni, mondo politico.

C’è tuttavia una novità, più modesta, ma meritevole di essere sottolineata: stavolta, le modeste dimensioni del fenomeno non sono più dovute, come era stato in precedenza, alla mancanza degli strumenti tecnici; e nemmeno, più di tanto, all’analfabetismo informatico vero e proprio. Sono in molti, ormai, a disporre di pc e connessione a internet, spesso a banda larga. E sono in molti, fra questi, a essere capaci tecnicamente di gestire una interfaccia semplice come quella di Splinder, o altre equivalenti.

Il problema è che nell’Italia del terzo millennio pressocchè nessuno sa scrivere.

Il blog è, ancor più delle chat e dei newsgroups, un fatto di scrittura: l’esperienza di un blogger incapace di scrivere è nella maggior parte dei casi frustrante. La paura di questa frustrazione, o la coscienza dei propri limiti, impedisce alla maggior parte dei potenziali utenti dei blog, di passare all’azione, sia come lettori(cioè come commentatori), che come autori.

Le innovazioni tecniche stanno sì semplificando e arricchendo le nostre possibilità di fruizione dei media, delle notizie, e rendendo potenzialmente interattivi i nostri rapporti, come cittadini, con il mondo istituzionale e con i detentori del potere informativo e formativo.

Resta però il problema del linguaggio: finchè non sarà offerta a tutti la possibilità, attraverso l’istruzione, di ottenere il pieno controllo dello strumento linguistico, sia orale che scritto, al di là della mera fruizione passiva della lingua depauperata della televisione, qualsiasi novità nel mondo della comunicazione resterà un fenomeno elitario e di impatto scarso, o nullo.

E’ per questo che concludo questo mio contributo citando Don Milani, cultore della scrittura collettiva molto prima che l’ipertesto diventasse una realtà:

è solo la lingua che fa uguali; uguale è chi sa esprimersi ed intende l’espressione altrui; che sia ricco o povero importa meno”.

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