(introduzione alla mia traduzione della silloge di Paul Celan “Atemkristall”, Cristallo di respiro)
“Tu puoi, certo,/ deliziarmi di neve”.
Che è, poi, attorno a un tu che si aggroviglia la poesia di Celan: un tu che è Altro, certo; ma questo Altro, lungi dal poter essere Tutt’Altro, è Altro che si traveste in figura di carne attraverso le immagini di donne che, come “copie e duplicati”, incrociano nel suo tempo, sempre allarmi e mai tracce di quell’Altro in nome del quale, ma senza mandato, la sua poesia parla. Paradossale impasto di neve e fuoco, i
versi di Celan solo per questo possono spronare la lingua a dire l’inferno della solitudine fondamentale. La solitudine, la finitezza invocata e mai afferrata fino in fondo: quel pacificante senso di finitudine che solo, limite all’infinito ripetersi della fuga iniziale, avrebbe concesso la possibilità del silenzio, la possibilità di meritarsi un discreto riparo per l’abbagliante chiarore delle strisce di sole, dei serpenti di luce, che ovunque lo incatenavano alla sua disumana necessità di trascendersi. “Atemkristall”, “cristallo di respiro”, è solo uno dei tentativi di dar forma, di immaginarsi questa finitudine attraverso la determinazione linguistica di quel “tu” che, con il suo caotico moto trasfigurativo, gli impediva perpetuamente l’accesso a quella identità che pure era la sua unica possibilità di nutrimento e, forse, il suo unico obiettivo. Non c’è alcuna possibilità di riconoscere questo “tu” che è evocato, “destinato” bisognerebbe dire( più che destinatario) nelle poesie di questa raccolta: ce ne assicura la penultima poesia della raccolta, laddove questo “tu” cui si rivolge il poeta risalta nella sua integrale alterità: “Tu- tutta, tutta vera.Io- mera follia”.
Non c’è parola che dica allo stesso tempo l’essere e il nulla….la parola è sempre parola che si volge all’essere, solo l’anti-parola potrebbe, in qualche modo, azzardarsi a dire il “non-sia” in quanto tale….ma questa anti-parola attende sempre, e continuerà sempre ad attendere, in fondo al crepaccio degli eoni, nel baratro dove si dipartono i destini dell’essere, cristallo di respiro, puro soffio che solo può narrare, nella sua estrema sinteticità, la dolorosa nostalgia della testimonianza che più non si può revocare…
Questo mio tentativo di traduzione ha solo un obiettivo: quello di lasciar parlare nella sua univoca trasparenza l’appello di questo soffio. Nelle poesie di questa raccolta Celan riesce a farlo intravedere, nella lotta estrema contro l’evaporazione di quel cristallo di respiro a contatto con il sole, lotta che ivi è condotta, ripetuta.
Volevo solo dire lo Stesso a quella figura di carne, cui quest’opera da Caronte, e tutto un “sì” che la scorza dei no spesso traveste, è sospirata.
