Intervento scritto nel maggio 2004 a margine del convegno “Culture digitali”, poi pubblicato on-line sul blog collegato(ora non più on-line).
—————————
I blog: minimo comune multiplo.
Ai margini della Rete, da sempre, un oscuro lavorio di sartoria tesse la trama di una collettività nuova, autonoma, distinta, ma non separata dalla realtà. Una collettività capace anzi di una sua normatività interna, e di un suo potere di interazione con la realtà politica e istituzionale.
Oggi quel lavorio di marginali, marcato di u-topie, si manifesta sotto forma di blog. In essi il bisogno di fare comunità, assieme all’urgenza della scrittura, tiene insieme e informa una collettività che trascende il singolo blogger, e che si costituisce mediante i suoi lettori, i suoi link, i nomi e le anonimie che il blog evoca e provoca.
E’ di estrema attualità il potenziale non indifferente che queste mille, centomila comunità manifestano e attuano nei confronti del potere sistemico. Si palesa una vocazione anarchica dei blog, che genera innanzitutto contro-informazione: puntando spesso direttamente al cuore del sistema informativo, quale subdolo strumento di formazione della mentalità dominante, che essa stessa – l’informazione tradizionale – si occupa di instaurare e riprodurre. Quello che i blogger, in questo caso, spesso mostrano di comprendere, è che l’informazione non è mai oggettiva come vuole credersi e essere creduta. Si tratta piuttosto di sostituirsi ai soggetti di quel potere informativo per disorientarli e logorarne la credibilità. Lo scopo non sarà dunque accreditarsi come soggetti credibili di un potere informativo; piuttosto destituire la figura del giornalista come detentore della verità, e rivendicare la propria singolarità nella capacità di sfuggire a ogni appartenenza e a ogni mediazione.
Oggi più che mai, infatti, il potere informativo si pre-occupa di generare appartenenze, identità forti, che facilitino le schematizzazioni e semplifichino il target oggetto del flusso di notizie “ufficiali”, rendendolo prevedibile e controllabile. Contro tutto questo i bloggers hanno uno strumento: la propria singolarità anonima, qualunque, una soggettività indebolita e liquida, dunque inafferrabile e capace di sfuggire a qualsiasi tensione normativa.
Non tutti i blog naturalmente colgono e accettano questa prospettiva. In molti casi il bisogno di identificazione e di perimetrazione prevale, definendo i singoli blog come struttura chiusa caratterizzata dalla soggettività forte dell’autore e da una comunità di assidui frequentatori del blog stesso, nonché dal tema del blog, spesso chiaramente individuabile già dall’aspetto grafico dello stesso. In questi casi la comunità del blog più che decostruire il funzionamento del potere e delle istituzioni “reali”, tende a convalidarle; limitazioni dell’anonimato, il pettegolezzo come strumento di controllo del tessuto sociale, la forte soggettività dell’autore, la censura come argine contro la deriva degli argomenti…Sono questi, fra l’altro, gli strumenti con cui alcuni blog tendono a costituirsi come comunità chiuse e autorevoli, in alcuni casi elaborando un vero e proprio sistema di precetti (autentici galatei del buon blogger, epigoni della celebre netiquette di Emily Postnews).
Forse, però, fare blog significa in ogni caso operare sul minimo comune multiplo. Anche quando il blog si fa diario, agenda quotidiana dei più intimi pensieri dell’autore, esso non può considerarsi in nessun caso luogo espressivo di una individualità. Piuttosto, in esso, mediante la scrittura e l’apertura potenzialmente illimitata alla lettura altrui, si costituisce un che di comune, una relazione minima che è sempre plurale e sempre moltiplicabile nel web, come nella realtà(quante volte nei blog, attraverso la scrittura, sarà nata un’amicizia reale, o un fatto d’amore? E questo un diario, o un giornale, non lo rendono possibile).
Relazione minima, dunque, perché fondata su un evento, pressocchè imprevedibile e ingovernabile, di mera scrittura, sottratto a ogni appartenenza; e tuttavia pur sempre un fatto di comunità, più che di identità. In altre parole: anche la blogstar più nota, più autorevole, non è altrimenti che il tessuto comunitario che essa ha prodotto e di cui essa stessa, la blogstar, è il prodotto(in quanto minimo comune multiplo, appunto).
In questo senso, credo nei blog: perché è sempre una piccola avanguardia, a fare, o a dis-fare, la storia. E quando un piccolo insieme di bloggers, si rende cosciente della propria marginalità, e ne fa fino in fondo un’arma e uno strumento – allora per Zion – l’umanità degli umani – c’è ancora una speranza di sopravvivere.
